Archivio per: The Big Why

Metamorfosi digitale e misura del tempo

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11 Ott
11/10/2017
Foto del profilo di Carlo Alberto Carnevale Maffè

by Carlo Alberto Carnevale Maffè

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management

Perché la “digital transformation” non diventi metamorfosi kafkiana, e gli affannati strateghi digitali non si trasformino in improbabili scarafaggi manageriali, è necessario riflettere sul fatto che il vero problema critico nell'innovazione è il “tempo”. È infatti ​​fattore decisivo per determinare il valore delle scelte di trasformazione digitale (es. nuovi modelli di offerta, riorganizzazione dei processi, piattaforme di relazione con i clienti) in cui il costo complessivo e il valore generato nel tempo possono essere conosciuti solo ex post.
In questi casi, la contabilità periodica dei costi e dei ricavi, tradizionale fondamento delle misure di performance aziendali aiuta solo in parte, perchè potenzialmente influenzata da decisioni politiche o escamotages finanziari (ad esempio, decisioni di outsourcing ridotte a una semplice sostituzione "finanziaria" tra l'investimento in immobilizzazioni e tecnologie acquisite in modalità pay-per-use).
È inoltre difficile misurare i costi-opportunità dell'innovazione digitale, ad esempio nella scelta di una particolare architettura tecnologica, in quanto la valutazione delle alternative a breve termine rimane spesso arbitraria, a causa della turbolenza dei cicli di vita tecnologici, che possono trasformare gli investimenti in un “sunk cost” in un tempo molto breve.

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Affrontare il digitale: perché ripartire dalla strategia

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18 Mag
18/05/2017
Foto del profilo di Francesco Saviozzi

by Francesco Saviozzi

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management

Se parole come Digital Disruption e Digital Transformation sono ormai entrate nel lessico familiare di molte imprese, le implicazioni per il settore di riferimento e per la singola azienda non sono sempre facili da decifrare. I consumatori stanno sposando sempre più la via del digitale, ma con comportamenti ancora molto disomogenei e sempre più frammentati. Il successo dei grandi player digitali come Google, Amazon o Facebook, legittimato da invidiabili risultati economici, è una fonte di ispirazione, ma raramente rappresenta una ricetta replicabile per aziende che hanno costruito il proprio successo su basi profondamente “analogiche” (prodotti, processi produttivi, competenze specialistiche, relazione con i clienti). L’emergere di nuovi modelli di business, spesso introdotti da startup appena nate, minaccia di mettere in discussione regole del gioco consolidate e il posizionamento di incumbent consolidati (si pensi alle banche o alle assicurazioni). L’affermazione, infine, di nuovi paradigmi tecnologici e economici, anche quando supportati da specifiche iniziative di policy, come nel caso dell’Industry 4.0, aiuta a sensibilizzare tutti gli attori in causa, ma produce ancora impatti limitati dal punto di vista delle scelte di investimento nel breve-medio termine.

Per quanto la trasformazione digitale venga considerata sempre più un percorso obbligato, non sorprende dunque che le aziende manchino ancora di prospettiva e di un senso di urgenza nell’affrontare proattivamente il cambiamento e coglierne le opportunità. La risposta alla domanda “che fare?” è spesso risolta da un insieme di iniziative puntuali circoscritte al digitale – sommariamente raccolte sotto il cappello di una Digital Strategy –, slegate da una visione organica dell’azienda e della sua evoluzione nel tempo. Ma per affrontare con successo la Digital Transformation, il problema non è tanto definire alcune azioni mirate, ma ripensare la strategia aziendale in un contesto che è (e sarà) sempre più digitale.

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Perché uno Snap non fa primavera

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22 Mar
22/03/2017
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by Francesco Saviozzi

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management

28 Miliardi di dollari: questo il valore con il quale Snapchat ha concluso il suo primo giorno di quotazione alla borsa di New York, di poco inferiore alla somma delle capitalizzazioni di Telecom Italia e Fiat Chrysler. Una cifra quantomeno discutibile per un’azienda in perdita di oltre 500 milioni di $ e che, appena uscita dal “bozzolo” della startup, ha deciso di librarsi in volo tentando la via dei mercati azionari, dopo aver rinunciato a diverse offerte allettanti di acquisizione

Il caso di Snapchat rilancia il fervente dibattito sul valore delle aziende digitali, che sembrano vivere sotto l’egida del paradosso: da una parte la gratuità come imperativo dominante, milioni di utenti che generano migliaia di dollari di ricavi e la profittabilità come una promessa, dall’altra le valutazioni miliardarie pompate dall’inopinato entusiasmo della comunità finanziaria. Le imprese della rete hanno impiegato ben poco a giocarsi la reputazione e a creare un equivoco ancora molto radicato: che si tratti di realtà effimere ed estemporanee, oscure per modalità di generazione valore, se non a una ristretta cerchia di addetti ai lavori.

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La riscossa della Corporate Strategy

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21 Lug
21/07/2016
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by Cinzia Parolini

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management

Cosa non ha funzionato nella strategia competitiva di Nokia? Perché Bulgari ha rinunciato alla sua indipendenza per entrare nel gruppo LVMH? Quali sono le scelte che hanno portato Google a dominare rispetto a Yahoo!, che pure era entrata prima nel mercato dei motori di ricerca? La risposta a queste domande deve ricercarsi nelle scelte a livello corporate di queste imprese, scelte che in alcuni casi hanno ben supportato il vantaggio competitivo a livello di business, mentre in altri casi (vedi Nokia e Yahoo!) sono state carenti.

Le strategie a livello corporate sono quelle che definiscono il raggio di azione di un’impresa e, quindi, il suo livello di internazionalizzazione, diversificazione e integrazione verticale. In molti manuali e corsi di strategia queste scelte vengono messe in secondo piano rispetto alle strategie competitive a livello di business. Anche a causa delle scelte sbagliate di molti gruppi conglomerati fra gli anni settanta e ottanta, spesso se ne parla più per mettere in guardia riguardo ai loro rischi che per sottolinearne il contributo al successo competitivo. Una serie di cambiamenti economici strutturali stanno tuttavia riportando in auge le strategie corporate, che in sempre più settori giocano ormai un ruolo primario nella creazione del vantaggio competitivo a livello di business.

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Why strategy needs more experimentation*

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28 Apr
28/04/2016
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by David Bardolet

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management

In a recent article, David Collis makes an interesting attempt at combining the two old and seemingly-opposed views of the strategic process: the top-down analytical approach that implements a plan carefully chosen by the top management of the firm and a bottom-up emergent approach that shifts gears continuously in reaction to what managers on the ground are experiencing. His conclusion is that start-up companies might benefit from using the traditional analytical process to set an initial vision and strategic direction that later can be refined and adjusted by using typically emergent Lean Start-up tools. All in all, a worthwhile point for entrepreneurs to consider.

What Collis does not address though is how the deliberate and emergent approaches can also be combined within the strategic process of more mature and established companies. The majority of those firms are very adept at strategic planning but notoriously clueless at managing emergent strategy. In a way, the increasing interest in corporate entrepreneurship might be seen as another chapter in the periodic realization that mature firms do not know how to innovate their business models and products within the rigid frames of their planning process. So how can those firms become more open to emerging internal entrepreneurship?

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