Gli imprenditori verso il 2020: un po’ Brambilla, un po’ Filini, un po’ Del Vecchio

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14 Nov
14/11/2013
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by Federico Visconti

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management

Il confronto, la provocazione, la sorpresa sono il sale di una community. E’ per questo che per presentarmi al fantastico mondo degli imprenditori ho scelto un titolo non proprio convenzionale, tutt’altro che accademico. La conversazione virtuale ruota attorno a tre cognomi. Il “positioning” della  rubrica fa leva su un vissuto che appartiene alla storia del Paese. Lo riprende, lo valorizza, lo manipola, tra il serio e il faceto,  con un obiettivo molto semplice: parlare degli imprenditori, delle sfide che affrontano, delle ansie che vivono, delle soddisfazioni cui ambiscono.

Il Brambilla

Non sono sicuro che Brambilla sia un cognome evocativo dell’imprenditore medio che ha fatto e che fa l’Italia. Ce ne saranno altri cento, commendator Zampetti compreso. Poco importa, magari qualcuno dei lettori vorrà contribuire al dibattito. L’idea di fondo è che da qui al 2020 non possiamo permetterci di disperdere quel grande patrimonio di energie, di idee, di doti, di motivazioni che il Brambilla esprime.
Qualche giorno fa un amico imprenditore, interrogato sulla situazione aziendale, mi ha risposto che “è dura ma non si molla” e che si combatte “con il pugnale tra i denti e le bombe a mano innescate”. Il linguaggio sintetico, pragmatico e metaforico degli imprenditori ha decisamente un suo fascino, ben superiore, non possiamo negarlo, a quello freddo, tecnico,  formale delle analisi e delle ricerche condotte dagli addetti ai lavori. Una frase così  stimola a riflettere sulle motivazioni del fare impresa,  del rischiare, del buttare il cuore oltre l’ostacolo in momenti in cui l’ostacolo non solo le Prealpi ma gli ottomila dell’Himalaya

In uno scenario duramente recessivo, tanti imprenditori, tante famiglie imprenditoriali stanno lottando per l’azienda, per la sua tenuta, per la sua continuità, per il suo sviluppo. E’ difficile discernere cosa li sostenga di più: il legame con la storia? la ricerca del profitto? l’immagine e lo status sul territorio? la passione per il proprio lavoro? la responsabilità nei confronti dei collaboratori?  l’illusione che dopo il temporale torni il sereno? Probabilmente un mix di questi ed altri elementi. Quel che è certo è che sono proprio queste motivazioni, che rasentano il  paradosso tanto quanto sprigionano energia positiva, a sostenere l’economia del nostro Paese. Non fanno gran che notizia ma ci sono: sono le gesta di chi è passato da venti a trenta dipendenti nel pieno della crisi, ha comprato una piccola azienda in Francia, ha riempito di componenti i gasdotti siberiani, ha fatto il record dei punti MilleMiglia cercando clienti in giro per il mondo.
Quante tensioni! Quanta fatica! Quanta solitudine! E’ vero che le soddisfazioni non mancano (o quantomeno non mancavano e non mancheranno in futuro)  ma è innegabile che  il mestiere di imprenditore si sia  fatto più difficile.    Una ragione in più per supportarlo, per  legittimarlo e  per farlo conoscere  alle nuove generazioni. Per dirla terra terra, più  che di “Quelli che il calcio”, l’Italia di oggi ha bisogno di “Quelli che non mollano”.

Il Filini

Qui il gioco si complica un po’. Cosa c’entra il collega di Fantozzi? Si sa che era un ragioniere e si presume che fosse un po’ meno maldestro e un po’ più professionale del mitico Ugo. E poi? L’idea di fondo è quella di far emergere, proprio nelle imprese a misura di imprenditore, un importante spazio di managerialità. Si poteva pensare a una copertina più prestigiosa, da Marchionne a Bondi, da Guerra a Kunze Concewitz  ma l’immaginario di un bravo ragioniere che sappia “far di conto” colpisce di più e costa di meno.

FiliniVeniamo al dunque. Sul tavolo di molti imprenditori vi sono, in particolare negli ultimi tempi,  problemi gestionali che suonano più o meno così: visto che il volume di attività si è molto ridotto, come devo dimensionarmi sul piano degli addetti e della capacità produttiva? Fino a che punto posso permettermi di far scendere i prezzi di vendita?  Perché la gestione della cassa rischia di diventare (se già non è!) una bomba ad orologeria? E’ un problema di crediti che non rientrano? Di magazzini appesantiti? Di investimenti sbagliati? Sono domande che tolgono il sonno (e a volte, purtroppo, non solo quello)  ai piccoli imprenditori. Si potrebbe osservare, legittimamente, che molte soluzioni devono essere ricercate in sedi istituzionali, nel rispetto dei tempi di pagamento da parte della pubblica amministrazione, nella semplificazione degli adempimenti burocratici, nella politica del costo del lavoro, nei rapporti con le banche e via dicendo. Ma non si deve dimenticare che si sta parlando di gestione aziendale e che la gestione, in Fiat come in un’impresa artigiana di dieci dipendenti, ha sue logiche, suoi meccanismi, sue regole. Vien da dire sue leggi, quelle che regolano l’equilibrio economico, finanziario e competitivo dell’impresa, il suo successo, il suo sviluppo, la sua continuità nel tempo.

Se questo è vero, è giunto il momento di riflettere su alcuni convincimenti e atteggiamenti che gli imprenditori tendono a manifestare nei confronti degli strumenti di gestione. Detto in altri termini, occorre lavorare per andare oltre  quelle tesi che, consolidatesi negli anni del successo, portano ad affermare che “l’importante è portare a casa lavoro per far girare le macchine”, “il budget  basta averlo in mente”, “i margini economici per linea di prodotto sono una sofisticazione inutile”… Come molti sanno, invece,  la speranza di un futuro migliore non è un buon motivo per produrre in perdita,   la formalizzazione degli obiettivi è una leva fondamentale per  indirizzare l’azienda e per mobilitare i collaboratori, non tutti i prodotti sono convenienti e ristrutturarsi è uno dei pochi modi per ripartire. La crisi, cinicamente e ferocemente, sta mettendo in discussione molti assunti del passato e sta imponendo di sperimentare nuove vie. Tra queste, quella della managerializzazione. Spazio ai Filini del terzo millennio.

Il Del Vecchio

Leonardo-del-Vecchio_imagelargeTratti da Brambilla: “Io dopo vent’anni che lavoravo qui ho incominciato a parlare in dialetto con i miei dipendenti perché ero convinto che fosse meglio parlare la loro lingua, e così ho imparato il dialetto. Sono arrivato ad Agordo che parlavo milanese e dopo vent’anni parlavo veneto, sapevo che parlare la loro lingua ci avrebbe avvicinati di più”.  Ambizioni e visioni alte: accettando la sfida della crescita, proiettandosi nel mondo,  aprendo il capitale, ….. è nata Luxottica. Una delle tante storie di straordinaria imprenditorialità all’italiana.

Bisognerà riparlarne.

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