Le PMI in Italia: investire o non investire?

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28 Mag
28/05/2015
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by Federico Visconti

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management

Il tema è caldo, complici i primi (timidi) segnali di ripresa. Il tema è fluido, con imprenditori e banche in posizione di sostanziale attesa. Come si decide se investire nelle PMI e sulla base di quali considerazioni? Vediamo qualche dato da cui é possbile trarre qualche spunto di riflessione. I dati sono analizzati dall’Osservatorio PMI della SDA Bocconi School of Management, giunto alla sua seconda edizione, dedicato all’universo delle imprese italiane con un fatturato compreso tra 5 e 50 milioni di euro e focalizzato sulle loro performance economico-finanziarie nel periodo 2008-13. Si tratta di una popolazione che, a fine 2013, risultava costituita da 44.879 imprese, con circa due milioni e trecentomila addetti e con un valore della produzione nell’ordine del 38% del PIL.

Lo stato di salute delle PMI

datiUn primo elemento meritevole di attenzione è quello della crescita. Se si osserva lo spazio operativo con cui le PMI si confrontano (o, in termini più efficaci, l’evoluzione della massa dei ricavi di vendita), emerge che, dopo un 2012 di decrescita, le aziende tornano ad incrementare il proprio fatturato, che aumenta complessivamente del 4% nel 2013. Nei fatti, un messaggio incoraggiante.

Un secondo riscontro sposta il focus sulla qualità di tale spazio, ovvero sulla sua consistenza economica. Ben venga che i mercati di riferimento manifestino una sorta di “ripartenza”, ma qual è la situazione economica delle PMI che vi operano? Una risposta puntuale è offerta dalla evoluzione della redditività: in un quadro complessivamente buono (Roi medio del 7,2% l’anno nel periodo 2008-13), le PMI faticano a livello di redditività delle vendite (che cala dal 3.7 al 3.1 tra il 2011 e il 2013), mentre coltivano con successo il miglioramento del tasso di rotazione del capitale investito (che passa dal 2.03 al 2.32 sempre nello stesso arco di tempo).

Da ultimo, sul piano diagnostico, non può mancare un cenno alla situazione finanziaria: il messaggio di fondo è di un progressivo rafforzamento, come documentato dalla diminuzione dei debiti (5,5 Mld € di debiti in meno dal 2012 al 2013) e dall’aumento della cassa (4,8 Mld € di cassa in più in due anni). Per la cronaca: il 35,9% delle imprese osservate presenta una posizione finanziaria netta negativa, con disponibilità liquide maggiori dei debiti finanziari, evidenziando una sostanziale prudenza (se non riluttanza) ad intraprendere nuovi investimenti. Il trend di riduzione degli investimenti, mirato in primis alla riduzione del debito bancario, era già emerso dalla prima edizione dell’OPMI. La tendenza si conferma e sembra orientarsi verso un progressivo accumulo di liquidità.

Investire o non investire?

Tre riflessioni sulla vexata quaestio.

1) Il problema esiste. Magari c’è un tema di fiducia, di cui si colgono solo di recente i primi segnali di ripresa…. Magari c’è un tema di posizionamento: il mercato interno è in recessione; il lavoro lo si deve cercare all’estero e gran parte delle imprese, anche in virtù dei vincoli dimensionali, non è strutturata per farlo; le filiere distributive e gli scenari tecnologici sono in grande movimento….. Magari c’è un tema di interlocuzione con il mercato del credito: rafforzare la situazione patrimoniale è il presupposto per negoziare con le banche…… Il risultato non cambia: preoccupate di proteggere l’equilibrio finanziario, le PMI stanno congelando gli investimenti e rischiano di minare la loro competitività prospettica. 

2) Per affrontarlo serve un approccio rigoroso, centrato sulla comprensione delle logiche competitive del settore di riferimento e non solo sull’analisi del contesto macro-economico e del sistema-Paese ampiamente intesi. Ma soprattutto focalizzato sull’impresa, sulle sue risorse e competenze, sui suoi punti di forza e di debolezza. E, ancor più, andando all’origine, sulle motivazioni e sulle capacità dell’imprenditore, oltre che sui modelli di governance della proprietà.

3) Si conferma l’importanza di tempestive ed efficaci azioni di policy in tema di sostegno alla domanda interna, di incentivi agli investimenti, di merito creditizio, di flessibilità del lavoro, di tassazione. Più in generale, non si può più prescindere dalla soluzione di problemi ampiamente dibattuti come la semplificazione degli adempimenti burocratici, la qualità delle infrastrutture, la competitività dei servizi alle imprese e via dicendo.

Verso una polarizzazione delle performance e un nuovo approccio alla gestione

Ciò detto, è bene sottolineare che, ormai da qualche anno, la polarizzazione delle performance è una tendenza strutturale. Di settore in settore, il solco tra le aziende che vanno bene e quelle che vanno male si va ampliando. Lo conferma anche questa edizione dell’OPMI, attraverso le sezione dedicata ai percorsi di successo e alle spirali di crisi. La ricerca individua 1.639 PMI (il 3,7% della popolazione) più forti di ogni avversità. Hanno dimensioni superiori alla media e una storia più lunga alle spalle; il loro tasso di crescita medio nel periodo, nonché la loro redditività, sono state più che doppie rispetto all’intera popolazione osservata. La situazione patrimoniale e il profilo di rischio appaiono fisiologici. Tra il 2008 e il 2013 mancano poi all’appello oltre novemila imprese, per effetto di procedure concorsuali e di liquidazione ma anche di processi di fusione e di acquisizione. Questi ultimi meritano una particolare attenzione. Rappresentano infatti il cuore pulsante di una sorta di “mercato delle compravendite” che sta alimentando interessanti percorsi di razionalizzazione interna ai settori e di crescita dimensionale delle imprese. Può trattarsi dell’acquisizione di un concorrente in crisi, dell’internalizzazione di una fase produttiva, della diversificazione in una attività correlata, il risultato non cambia. Con un impegno finanziario presumibilmente basso, mettendo in conto una certa complessità organizzativa, le PMI di successo trovano nuove strade per rafforzare il loro posizionamento sul mercato.
PastPresentFutureIn conclusione, la differenza, ancor più che in passato, la fa l’imprenditore e la proprietà. Ma la fanno anche i collaboratori, non necessariamente quelli “storici”, anzi! Dal campo sembrano emergere incoraggianti segnali di cambiamento di rotta. Gli anni della crisi hanno alimentato un importante flusso di ingressi di nuove generazioni nell’azienda di famiglia. Un primo impatto è stato quello di rimotivare la generazione al comando, delineando prospettive e liberando un nuovo ciclo di energie e di impegno imprenditoriale. Un secondo, e forse più importante impatto, è stato quello di introdurre un nuovo approccio alla gestione, sostenuto dagli opportuni strumenti e ossigenato da una visione del business aperta e non convenzionale. Magari non tutti sono bravi, magari qualcuno lo ha fatto perchè le alternative esterne non erano gran che. Di certo, come faceva notare un attento osservatore delle piccole e medie imprese “in questi anni di crisi, quando i figli entrano in azienda, qualcosa succede. Spesso, di positivo!”.

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