Gli imprenditori che fanno la differenza

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21 Gen
21/01/2015
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by Federico Visconti

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management

Gli anni e i mesi più recenti hanno scolpito nella roccia le due grandi opzioni che il Paese ha di fronte: accettare il declino oppure cercare di contrastarlo, favorendo la crescita di persone in grado di creare innovazioni nei settori tradizionali, in ambiti tecnologici di frontiera, nel mondo dei servizi. La prima alternativa sta già minando i risparmi della famiglie, le prospettive dei giovani, il clima socio-economico generale. Non ci sono dubbi: si deve percorrere la seconda strada.

Per farlo, bisogna innescare un processo evolutivo tra gli imprenditori, con un obiettivo ben chiaro: portare alla ribalta eredi di famiglie imprenditoriali e nuovi imprenditori capaci di fronteggiare la Grande Crisi e di cogliere le opportunità che anche nei momenti più difficili si manifestano. Occorre dare spazio agli imprenditori più bravi e ridimensionare quelli mediocri. Il processo è inevitabilmente selettivo. In buona sostanza: bisogna capire quali sono gli imprenditori che fanno la differenza. 

E’ un processo che può avere tante matrici. Può trattarsi del ricambio generazionale di una tipica impresa familiare che dà spazio a dei giovani di valore. Possono essere manager che avviano proprie iniziative imprenditoriali. Si può assistere a start – up nel mondo ICT o a fenomeni di imprenditorialità innovativa nel campo dei servizi. Occorre far emergere la componente più robusta del sistema ed emarginare quella più debole. 

Di profili imprenditoriali se ne potrebbero tracciare centinaia, riempiendo pagine e pagine. Nella consapevolezza che il Paese necessiti anche di figure nuove (i vari start-upper, manager-imprenditori, imprenditori-seriali, ...), è utile lanciare qualche provocazione nel merito dello stereotipo della piccola e media impresa e cercare di creare delle tipologie di imprenditori migliori di altre. Tra queste se ne distinguono almeno tre.

Imprenditori visionari, imprenditori-manager e imprenditori-artigiani

visionario1) Servono imprenditori “visionari", cioè persone aperte, lungimiranti, capaci di aggregare collaboratori di valore, attente a mantenere coeso il gruppo e ad investire sull'organizzazione interna. Sono imprenditori che guardano in prevalenza all'esterno, ai clienti, ai concorrenti, alle tecnologie. Per loro, la crescita dimensionale è una dimensione portante della formula imprenditoriale, serve per presidiare il mercato e per contrastare i competitors.

2) Servono poi esponenti di imprese familiari che sappiano interpretare il ruolo di "imprenditore-manager". Sono uomini e donne che hanno una solida preparazione manageriale e che sono convinte che, solo disponendo di metodi e di tecniche che consentono di rappresentare attraverso i numeri la realtà delle imprese, sia possibile guidarle in un ambiente turbolento e assicurarne la continuità. Non mancano loro doti e capacità imprenditoriali e, quando siedono al tavolo della proprietà, si comportano da leader.

3) E che dire della "pancia del Paese", cioè degli imprenditori-artigiani, quelli che tendono a considerare l’azienda come fabbrica prima che come organizzazione caratterizzata da un disegno di largo respiro? Quelli che si preoccupano di non appesantire la struttura interna, che guardano con sospetto a possibili partnership, che segmentano gli spazi di mercato in funzione della possibilità di mantenere il controllo della macchina aziendale ..... Che ne sarà di loro? Che ne sarà dello straordinario patrimonio di idee, di competenze, di passioni, di motivazioni che rappresentano?

L'importanza dello spirito artigiano dell'imprenditore

artigiano2Lo “spirito artigiano” deve continuare a soffiare sull’intero sistema-Paese, a prescindere dalle dimensioni d’impresa e dai profili imprenditoriali cui si è fatto cenno. Come osserva Stefano Micelli (in “Futuro artigiano – L’innovazione nelle mani degli italiani”, Marsilio, 2011 p. 45): “Se artigiani sono per noi solo i piccoli imprenditori, non riusciamo a cogliere il valore che il lavoro artigiano ha nelle imprese di maggiori dimensioni. Eppure questo “spirito artigiano” permea gran parte del Made in Italy, anche nella media e nella grande impresa. Sono competenze artigianali quelle che consentono ai grandi gruppi della moda e del lusso di produrre confezioni, borse e accessori di straordinaria qualità da vendere sui mercati internazionali. Sono competenze artigianali quelle dei modellisti che consentono ai protagonisti dell’Italian Style di tradurre i loro bozzetti in prototipi e prime serie su cui mettere in moto la produzione industriale anche in paesi lontani. Sono competenze artigianali, infine, quelle dei manutentori e degli attrezzisti di macchine utensili che garantiscono la competitività della meccatronica italiana nel mondo".

Osservando la realtà degli imprenditori-artigiani e della piccola impresa, emergono segnali di risposta alla crisi e traiettorie di cambiamento di grande interesse. Nello specifico, si registrano progetti imprenditoriali che, per quanto non ancora consolidati sul piano strategico, assumono un enorme valore simbolico: lanciano infatti la stagione dell’artigiano 2.0. Sullo sfondo, l’immagine è quella americana dei makers, cioè dei nuovi artigiani che coniugano le tecnologie emergenti con i saperi tradizionali. Il fenomeno sta vivendo in Italia un suo percorso evolutivo, caratterizzato dal fatto che il know how tradizionale trova sì contaminazione nel digitale, ma valorizza anche le tradizioni e le competenze dei territori di origine. Il risultato sono forme di imprenditorialità 2.0 che promuovono prodotti di qualità e che hanno come orizzonte i mercati mondiali senza perdere di vista l’identità locale.

Il cambiamento è necessario

Più in generale, c'è aria di cambiamento. Si cambia perseguendo l'innovazione a tutto tondo. cambiamentoDel resto, i margini di manovra attraverso la pura imitazione si sono ridotti al lumicino, in Italia di "me too" non si campa più. Si cambia lavorando con i concorrenti: da soli è dura e sempre più spesso together si sta rivelando beautiful. Si cambia cercando clienti oltre confine. La situazione del mercato interno è sotto gli occhi di tutti e per poter lavorare ci si deve attrezzare da cittadini del mondo. Si cambia, al fondo, allargando meccanismi e fonti di apprendimento. Lo si fa, a livello personale, tornando sui banchi di scuola, partecipando a visite aziendali, confrontandosi sui dati di un osservatorio settoriale, provocando dibattito nei social network. Lo si fa, a livello aziendale, aprendosi all'esterno. Magari facendo rientrare in azienda un giovane familiare che ha maturato competenze in altri contesti. Oppure mediante l'inserimento all'interno dell'organizzazione di profili e capacità manageriali. O grazie alla cooptazione di un membro esterno nel consiglio di amministrazione. Quel che conta, e serve, è che la finestra venga aperta e che entri aria nuova.

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1 risposta
  1. Foto del profilo di Francesco
    Francesco says:

    Articolo pieno di “verità”, complimenti

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