L’eccellenza del saper fare. Intervista a Angelo Gaja

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10 Dic
10/12/2014
Foto del profilo di Guia Beatrice Pirotti

by Guia Pirotti

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management

Angelo-Gaja_1Gaja è da sempre sinonimo di vino di grande qualità e marchio premium della tradizione italiana. L’azienda, fondata nel 1859 a Barbaresco, di fronte ai cambiamenti storici avvenuti nelle scelte di consumo, nel gusto, nelle percezioni legate al vino prospera da cinque generazioni e si rivela resiliente nel tempo.

Dietro questo successo ci sono le intuizioni di Angelo Gaja, definito il re del Barbaresco, oggi alla guida dell’azienda, e una formula precisa: “bisogna fare, saper fare, saper far fare e far sapere”.

Come le vigne, anche le aziende devono resistere a climi avversi e alle sfide del cambiamento continuo. Cosa ha reso Gaja resiliente nel tempo?

La formula. A 11 anni mia nonna mi dice una frase importante, i quattro passaggi per fare bene le cose: fare, saper fare, saper far fare, far sapere.
Il saper fare è dell’artigiano, si tratta di avere un progetto. Non basta una vita per imparare a saper fare tutto quello che è necessario per portare avanti il proprio progetto. Dietro c’è la passione.
Nel settore agricolo non si possono fare delle fortune straordinarie. E’ la passione che muove. Il cielo è il tetto del vigneto. Si dipende sempre anche da condizioni esterne. Dietro c’è questo fuoco. Si diventa bravi, riconosciuti, si sviluppa una capacità di fondo.
Dopo di che si acquisisce una leadership. Bisogna ascoltare i collaboratori, ispirare gli altri. Una volta che all’artigiano viene riconosciuta una maestria, bisogna trasferirla, ai figli, ai collaboratori. Infine, occorre comunicarla.

Andiamo con ordine. Occorre fare e saper fare…

gajaEssere artigiani del vino. Le generazioni di Gaja che si sono succedute, fino ad arrivare a quella dei miei figli che è la quinta generazione, hanno seguito un progetto che normalmente non era seguito, ovvero mantenere obiettivi artigianali a partire dalla produzione del vigneto fino alla cantina. Fino a trent’anni fa l’artigianalità veniva vista come dimensione di passaggio nell’attesa di fare dei volumi per il mercato. Negli ultimi trent’anni è avvenuta nella zona una rivoluzione, favorita da un marketing del territorio messo in piedi da Slow Food con la guida del Gambero Rosso e ha iniziato a premiare soggetti che valevano, piccoli artigiani che pian piano si sono trasformati. L’attenzione ad una produzione artigianale, di qualità è cresciuta. Vogliamo essere un’azienda che gestisce la qualità a partire dal vigneto.

Saper far fare…

Avere un grande maestro. Molto mi viene da mio padre, l’artigiano più completo del vino che io conosca, abile sia nella viticoltura sia in cantina. Si è sempre imposto dei sacrifici che non tutti sarebbero stati disposti a fare. Ha preservato la qualità del vino e ha spesso deciso di non imbottigliare annate che giudicava di qualità non adeguata allo standard di Gaja.
Prima c’erano tante oscillazioni climatiche. In presenza di queste oscillazioni mio padre era disposto a sacrificare anche due o tre annate su dieci. Il Barbaresco veniva considerato meno del fratello minore del Barolo, ma mio padre è riuscito a venderlo ad un prezzo altissimo, anche più alto del Barolo. Bisogna saper ispirare gli altri, figli e collaboratori.

Far sapere..

L’importanza di comunicare. Era importante il far sapere e in questo caso sono stato favorito dall’iniziativa di un libro di un autore americano - Edward Steinberg. Nel 1987, l’autore mi chiama e dice che vuole scrivere una storia del vino basata su un vigneto. Non ha scritto un libro su Gaja, ma sul vino, parlando di Gaja.
E’ venuto a trovarci 33 volte ed è diventato amico di tutti i dipendenti. Ad ognuno dei miei nelle diverse fasi di lavorazione chiedeva: “perché lo fai in quel modo? Qual è il motivo?” Questo ti obbliga a pensare. Il libro vende in due anni 85.000 copie. E’ stato un grande successo. Mi ha fatto percepire l’importanza della comunicazione del progetto dell’artigiano. Il far sapere.vino

Le sue scelte sono state spesso percepite come controcorrente, ma nella storia di Gaja c’è anche un grande rispetto delle tradizioni. Come si concilia tradizione e innovazione?

Tradizione e innovazione. Il messaggio della tradizione fa la differenza in questo settore. Prima di tutto, meglio essere prudente e non dichiararsi mai l’innovatore del tutto. Ho imparato che è importante avere l’ironia, che è la distanza dalle cose. Avere un’idea, affezionarsi ma non troppo, essere disposti a cambiarla, modificarla, aggiustarla. La scelta perfetta non esiste, quando si sceglie si rinuncia sempre a qualcosa.
Detto questo, sono un impulsivo. Quando vado a fare interventi in Italia e all’estero faccio una cosa diversa dagli altri. Vado e non parlo mai del vino. Parlo della nostra storia, della mia famiglia, del territorio, delle Langhe, dell’Italia. Io non metto il naso nel bicchiere, parlo di quello che c’è intorno al bicchiere. L’Italia è un Paese che può essere valorizzato e che merita di essere valorizzato. Così come questo territorio delle Langhe.

Una curiosità. Non avete un sito internet, la cantina è rimasta chiusa al pubblico per anni eppure il vostro vino è ricercato da tutti…

La cantina è rimasta chiusa ai privati per molto tempo. Non abbiamo il sito aziendale. Non è un primato e non nasce da un disegno strategico di fondo. Ho capito solo dopo che non averlo presenta qualche piccolo vantaggio. Quando dici che non hai il sito o che la cantina è chiusa all’inizio sei percepito male, soprattutto all’estero.
Il pensiero successivo, però, diventa “ma l’azienda non ne ha bisogno”.

E’ entrato nel mercato statunitense e ha acquistato vigneti sia a Montalcino che a Bolgheri in Toscana. Da cosa sono state guidate queste scelte?

Gli Stati Uniti. Vogliamo andare in mercati in cui c’è una cultura del vino. Gli americani che bevono vino vanno in profondità. Vogliono sapere, vengono alle conferenze. In USA l’industria vinicola è cresciuta molto. E’ cresciuta soprattutto la cultura del vino. Gli americani, per veicolare i loro vini della California, hanno riconosciuto che c’erano delle eccellenze in Europa, oltre in Francia anche in Italia. Questa ampia esplorazione è stata un vantaggio.

La Toscana. In Toscana sono andato nel 1994. Volevo un ambiente che presentasse delle similarità con il Piemonte. Ci sono delle similarità tra il vino toscano e il Barbaresco: sono varietà indigene che restano in un determinato luogo e che producono un vino con un’originalità che bisogna difendere.
Abbiamo trasferito il nostro essere artigiani anche in Toscana.

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