Le PMI in Italia: tutti i numeri della crisi

Reading time: 5 minutes

08 Lug
08/07/2014
Foto del profilo di Federico Visconti

by Federico Visconti

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management

"Un gruppo di imprenditori cartotecnici che consegna decine di milioni di euro di fatturato e centinaia di dipendenti nelle mani di un acquirente francese. Un imprenditore leader di nicchia nella plastica che valuta se cedere alle avances di un fondo di private equity. Una famiglia imprenditoriale che prende la strada del concordato per concludere una gloriosa storia nella meccanica di precisione."
Fonte: bollettino di guerra delle PMI italiane, 26a settimana del 2014.

E’ solo una provocazione. In verità la cronaca settimanale dovrebbe riportare una serie molto più articolata di fatti e situazioni, non necessariamente problematiche. Anche nei duri scenari della Grande Crisi si registrano vicende imprenditoriali di successo, di innovazione, di crescita. Ne sono protagonisti quegli imprenditori di cui più volte abbiamo parlato anche in questa sede: sono quelli che non mollano, che hanno il coraggio di decidere, che non amano le parole e che producono fatti.

Proprio le luci e le ombre della recente evoluzione delle PMI italiane hanno indotto la SDA Bocconi School of Management ad approfondirne la conoscenza, promuovendo un Osservatorio focalizzato sulle imprese con ricavi di vendita compresi tra 5 e 50 milioni di euro. Lo strumento mira a monitorare periodicamente i principali indicatori di struttura e di performance delle piccole imprese, a identificare le leve gestionali che possono contribuire a migliorarne la competitività, a trarre indicazioni per la gestione, per il credito e per la politica industriale. A contarsi, ma non solo!*

Lo stato dell'arte: la popolazione, la crescita, la sostenibilità e l'equilibrio finanziario

Qualche primo risultato sulle imprese e sulle loro performance economico-finanziarie nel periodo 2007-12 è già disponibile.

datiLa popolazione di riferimento. Al 1° gennaio 2007 risultavano attive 55.709 imprese, operanti in una decina di macro-settori di attività economica, con un ruolo importante del manifatturiero, che contava circa un terzo delle aziende. Dall’inizio della crisi ad oggi hanno smesso di operare quasi novemila imprese, mandando in fumo 120 miliardi di euro di fatturato e immolando quattrocentomila posti di lavoro. I dati vanno valutati con attenzione: una parte delle imprese ha cessato la propria attività, un’altra parte è stata incorporata in nuove realtà nell’ambito di processi di riorganizzazione o di crescita esterna. La questione di fondo però non cambia. Gli spazi economici per le PMI si sono progressivamente ridotti, stare sul mercato è più difficile, la selezione darwiniana della specie morde e avanza.

La crescita e la redditività. Il trend di crescita dell’universo osservato è stato positivo: nonostante la battuta d’arresto subita nel 2009, le PMI italiane hanno registrato un CAGR di periodo pari al 4.8%. Fatti 100 i ricavi del 2007, si arriva a 126 nel 2012. Non solo, ma anche la redditività non sembra essere eccessivamente penalizzata dalla crisi: il ROI medio del periodo 2007-12 è pari al 7.6%. Anche in questo caso, i numeri vanno presi con le pinze, anche perché il meteo quotidiano esprime ormai da anni più nubi che sereno. Tuttavia verrebbe da pensare che, pur in mezzo a mille difficoltà, la piccola impresa non molla, tiene botta a livello di crescita operativa e porta a casa una discreta redditività.

image_250Da ultimo, l’indebitamento. In generale, le PMI hanno un leverage abbastanza alto: nel 2012, per ogni euro di capitale proprio, 2.4 euro vengono erogati da terzi in forma di capitale di debito. La capacità di ripagare il debito (misurata dal rapporto tra PFN e EBITDA) si assesta mediamente attorno a 6.5, il che significa che servono più di 6 anni di margine operativo lordo per ripianare gli impegni finanziari assunti. Gli oneri finanziari, traendo beneficio dalla caduta dei tassi d’interesse, iniziano a scendere dal 2009 e incidono sui ricavi di vendita del 2012 per l’1.5%. Sul piano finanziario, l’universo delle PMI sembra dunque galleggiare. L’immagine è quella del pattinatore sul ghiaccio, con una domanda che sorge spontanea: cosa succederebbe se la temperatura salisse e se i tassi aumentassero?

Le implicazioni pratiche

Un imprenditore alle prese con i problemi della sua azienda potrebbe anche chiedersi a cosa serva condividere dei numeri su una scala così ampia.
Due ordini di risposta.

La prima risposta è che i dati aiutano a sollevare delle questioni di contesto istituzionale. Per fare qualche esempio. Dietro le performance vi è certamente un tema di ambito geografico, con la conferma che il mercato interno è in recessione e che ad oggi la leva per portare a casa lavoro è la crescita internazionale.
Vi sono altresì stimoli sulle scelte di investimento: la sensazione è che le PMI stiano proteggendo l’equilibrio finanziario congelando gli investimenti e quindi minando la competitività prospettica. Vi sono poi delle evidenze sulla polarizzazione delle performance delle imprese. Al di là dei processi selettivi che hanno portato alla chiusura di molte imprese, è fuori di dubbio che in molti settori di attività economica la distanza tra le PMI ben gestite e le PMI mal gestite va ampliandosi e sta diventando incolmabile. E’ risaputo che continuare ad operare in assenza di una ragion d’essere economica non serve ne all’impresa ne al sistema, ma è altresì noto che le barriere all’uscita nel capitalismo familiare italiano sono altissime. Ecco allora che i dati raccolti confortano le analisi (e si spera le azioni) per il sostegno alla domanda interna, agli investimenti, al merito creditizio, alla flessibilità del lavoro, alla riduzione della pressione fiscale e via dicendo.

gestione crisiLa seconda risposta è che i numeri possono fornire importanti indicazioni su cosa sia il “buon management”. Qualche evidenza dell’Osservatorio consente di enucleare una serie di aziende di successo: hanno usato la leva finanziaria, hanno investito, sono cresciute, hanno guadagnato. Non solo, sembra delinearsi anche un raggruppamento di aziende patrimonialmente solide ma che, nel vortice della crisi, hanno preferito stare alla finestra, attendendo lo sviluppo degli eventi. Da loro, forse, era lecito attendersi qualcosa di più.

Di queste situazioni, numeri alla mano, varrà la pena riparlarne. Per tutti, c’è solo da imparare.

Email this to someoneShare on LinkedInTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on Google+Pin on Pinterest
Tags: , , , , , , ,
0 risposte

Inserisci un commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Scrivi il tuo commento.

Rispondi