Paese che vai, rischio che trovi: intervista a Raoul Ascari

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17 Dic
17/12/2013
Foto del profilo di Guia Beatrice Pirotti

by Guia Pirotti

SDA Professor of Strategic and Entrepreneurial Management


“Cosa ci serve in questo mondo? La capacità di analizzare la complessità e quella di usare la propria testa. Imparando a considerare il rischio come una variabile strategica.”
(Raoul Ascari)

AscariStiamo per entrare nel settimo anno della crisi che, dal 2007, impatta sull’economia globale e di cui non si conoscono ancora gli esiti. In un contesto competitivo sempre più complesso, in cui tali esiti dipendono anche dalla capacità di comprendere l’evolversi degli eventi da parte del management, la gestione dei rischi e, in particolare, del rischio Paese, legato al contesto geografico in cui si opera o si decide di investire, riveste un’importanza sempre più strategica per le aziende, per la loro stessa sopravvivenza e profittabilità. Esse si trovano, infatti, a perseguire obiettivi sempre più complessi con l’assunzione di rischi sempre maggiori e nello stesso tempo ad operare in contesti e ambienti turbolenti e incerti.
Eppure le aziende sembrano non sapere misurare correttamente il rischio Paese con un approccio che ne consideri i diversi elementi e aspetti. Data la complessità del concetto di country risk è necessario avere metodo e saper smontare la complessità in parti più semplici. Non avendo timore, nemmeno, di essere scettici e andare controcorrente.

Questi i temi dell’intervista rivolta a Raoul Ascari, Chief Operating Officer di SACE Spa, leader mondiale nell’assicurazione del credito, protezione degli investimenti, cauzioni e garanzie finanziarie.

Che cos’è e come si misura il rischio Paese?

RiskE’ difficile misurare il rischio. La prima cosa da dire è che non esiste un indicatore unico di rischio Paese. Non si possono sommare diverse dimensioni. Di solito le informazioni vengono organizzate intorno ad un indice univoco. Si ottiene, operando in questo modo, che l’Italia abbia lo stesso grado di rischio della Libia, senza riuscire a capire cosa differenzi i due Paesi.

Il rischio dipende dal tipo di soggetto coinvolto. Per mappare il rischio occorre capire due cose: la prima è capire che tipo di soggetto si vuole essere nella transazione e la seconda che tipo di transazione si vuole avere con un Paese terzo. Se l’esposizione è una esposizione di rischio di credito, questo viene già ampiamente documentato e commentato dalle agenzie di rating. La seconda tipologia non riguarda il finanziatore, ma l’investitore. Per l’investitore stiamo parlando di rischio politico. La terza categoria è quella della società di costruzione. Essa non investe e non esporta, ma ha dei rischi legati ai pagamenti e ad un sistema di garanzie che deve assicurare per poter realizzare l’opera.

Non si può generalizzare. Quando parliamo di rischio Paese, occorre prima di tutto capire di quale categoria stiamo parlando.

Le aziende sanno valutare il rischio?

Le aziende non valutano correttamente il rischio. Ci sono due dimensioni, quella che il CEO di un’azienda riesce a percepire, che è il potenziale di mercato, l’altra è quella della misurazione dei rischi dove il CEO fa molta più fatica. Per il potenziale di mercato credo che tutte le aziende abbiano i loro indicatori. Molto diversa è le gestione dei rischi. Su quello, le competenze dei grandi gruppi industriali sono limitate, con alcune eccezioni. Nella maggior parte dei casi, per contro, non ci si pone il problema della misurazione del rischio e i tecnici non vengono ascoltati dal management.Protezione

Perché i rischi non vengono calcolati bene?

Quando i rischi non preoccupavano nessuno. Dal 1990 ad oggi i rischi non preoccupavano nessuno. Era il periodo delle grandi espansioni. Finita l’espansione bastava fare un po’ di politica monetaria per aggiustare le cose e si ripartiva. Ora si è sottoposti al rischio su base sistemica e occorre fare delle valutazioni in merito. Questa consapevolezza inizia a farsi spazio.

Cosa si può fare?

L’importanza degli esperti. Se si è un’azienda di piccole-medie dimensioni e si vuole andare all’estero occorre avere tre o quattro figure strategiche in azienda e, al di là delle funzioni tradizionali, come il commerciale e l’amministrativo, occorre avere un esperto assicurativo o di prodotti finanziari che si occupi della gestione dei rischi. Se l’azienda, infatti, va in quattro o cinque Paesi diversi, moltiplica per quattro o per cinque il rischio di tassi di cambio, rischio di tasso. I consulenti di impresa oggi non sono consulenti con una conoscenza specifica di questi temi, soprattutto nelle piccole-medie imprese.

Si potrebbe legare la gestione del rischio ad un processo strutturato di presa delle decisioni per il management?

Risk walkSmontare la complessità. Questa è la difficoltà più grande. Le aziende, e forse è anche giusto così, agiscono sulla base delle intuizioni. C’è bisogno di metodo in questo mondo, soprattutto in questo mondo globale. Quello che spiego ai miei colleghi è che le operazioni che facciamo sono complesse. La sfida è vedere delle persone che prendono questa complessità, riescono a smontarla in tutti i suoi elementi e poi la sanno assemblare nuovamente in un modo ordinato. Anche le operazioni complesse portano a delle decisioni. A volte prendiamo le decisioni giuste, a volte facciamo degli errori. La prima cosa è avere persone che sanno smontare la complessità.

Andare controcorrente. Non solo. La seconda è formare una mentalità “del contrario”. Si tende sempre, purtroppo, ad uniformare il pensiero. La cosa migliore è formare le persone ad essere scettiche, a non prendere le cose come delle verità assolute.

Senza dimenticare gli spinaci. Negli ultimi anni abbiamo sentito molte cose che poi si è capito essere sbagliate. La conoscenza ha un tasso di obsolescenza molto elevato. Voi lo sapete che gli spinaci fanno bene perché contengono ferro? Ecco, non è vero. Il chimico tedesco che aveva studiato la composizione degli spinaci aveva sbagliato a mettere la virgola e, quindi, veniva fuori un contenuto altissimo di ferro (cita il libro The Half-Life of Facts, Arbesman, 2012). I figli di una generazione hanno sofferto mangiando spinaci. Quindi, se si pensa di sapere qualcosa in realtà non la si sa. Cosa ci serve in questo mondo? La capacità di analizzare la complessità e quella di usare la propria testa.  Imparando a considerare il rischio come variabile strategica.

 

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